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Come diventare art director

Come diventare art director: il mio portfolio prima e dopo, progetto per progetto. Cosa ho tolto, cosa ho riscritto e perché da 22 lavori e zero chiamate sono passato a 6 lavori e tre colloqui.

Matteo R. · 10 settembre 2026 · #come diventare art director #art direction #grafica

Ventidue progetti nel portfolio, quattro mesi di candidature, zero chiamate. Poi ne ho tolti sedici, ho riscritto i sei rimasti, e in tre settimane sono arrivati tre colloqui e un’offerta.

Non ero diventato più bravo in tre settimane. Avevo smesso di presentarmi come un grafico e avevo iniziato a presentarmi come qualcuno che dirige delle immagini. Se ti stai chiedendo come diventare art director, questa è la parte che nessuno spiega: prima ancora del ruolo, cambia il modo in cui mostri il lavoro.

Cosa c’era nel portfolio di prima

Guardandolo oggi, era il portfolio di un esecutore diligente.

C’erano sei loghi presentati su fondo grigio, senza nessuna spiegazione. C’erano quattro impaginati di brochure mostrati come immagini piatte. C’era una serie di post per i social di un ristorante, tutti uguali. C’erano tre esercizi fatti a scuola, riconoscibilissimi come esercizi. E c’erano due lavori veri, buoni, sepolti in fondo alla pagina dodici.

Ogni progetto aveva un titolo e nient’altro. Nessun contesto, nessun problema da risolvere, nessuna scelta dichiarata. Un catalogo di cose fatte.

Cosa mi ha detto chi seleziona

Ho avuto la fortuna che un art director di un’agenzia mi rispondesse davvero, invece di ignorarmi. Mi ha detto tre cose che ancora ripeto a chi me le chiede.

“Non capisco cosa hai deciso tu.” In un lavoro di gruppo, se non dichiari il tuo ruolo, chi guarda deve indovinare, e non lo fa: passa oltre.

“Mi stai mostrando file, non progetti.” Un logo su fondo grigio non dice niente. Lo stesso logo su un’insegna, su un packaging e su una schermata dice come vive nel mondo.

“Ho smesso al quarto progetto.” Nessuno arriva a pagina dodici. Se il lavoro migliore non è nei primi tre, per chi guarda non esiste.

Il portfolio di dopo

Sei progetti. Ognuno costruito con la stessa struttura, che è poi la struttura con cui si presenta il lavoro in riunione.

Una riga sul contesto: chi è il cliente e a chi parla. Due righe sul problema, quello vero, non quello inventato per far bella figura. Una riga sull’idea, che deve poter essere detta a voce senza mostrare niente. Poi le applicazioni, cioè lo stesso progetto declinato su almeno tre supporti diversi. E infine una riga onesta su cosa ho fatto io e cosa hanno fatto gli altri.

Sembra burocratico. In realtà è l’unico modo per far vedere che ragioni, e chi assume un art director assume un ragionamento, non una mano.

Tre progetti, cosa ho cambiato

Il logo del laboratorio artigiano. Prima: il marchio su fondo grigio, in tre varianti di colore. Dopo: il marchio sull’insegna fotografata di sera, sulla carta da pacchi, sul grembiule, sul profilo social. La stessa identità, mostrata dove vive. Non ho ridisegnato niente, ho solo mostrato il progetto invece del file.

La brochure per lo studio dentistico. Prima: quattro doppie pagine come immagini statiche. Dopo: ho raccontato il problema, cioè che i pazienti anziani non capivano i preventivi, e ho mostrato come la gerarchia tipografica e le icone risolvessero quel problema, con la pagina prima e dopo affiancate. È diventato il progetto di cui mi hanno chiesto di più ai colloqui, e sulla carta era il meno appariscente.

La campagna social del ristorante. Prima: dodici post uguali. Dopo: l’ho tolta e al suo posto ho messo un progetto personale, una serie di manifesti su un tema che mi interessa. Uno dei tre colloqui è nato da lì, perché diceva qualcosa di come guardo le cose, che è esattamente quello che cerchi in chi dovrà proporti delle idee.

Cosa distingue davvero un art director

A quel punto il portfolio era diventato la conseguenza di un cambiamento più profondo, e vale la pena dirlo esplicitamente.

Un grafico riceve un brief e restituisce un file. Un art director discute il brief: chiede a chi parliamo, cosa deve succedere dopo, perché quel messaggio e non un altro. Poi decide una direzione visiva e la tiene coerente su tutti i formati, dirigendo chi produce i materiali, cioè fotografi, illustratori, montatori.

La parte che ho sottovalutato di più è la difesa del lavoro. Un’idea non presentata bene muore in riunione, e non torna. Saper spiegare perché una scelta è giusta per quel cliente, con argomenti che non siano “mi piace così”, è metà del mestiere.

Se vuoi la descrizione formale del ruolo, sul blog c’è cosa fa un art director.

Il percorso, in ordine reale

  1. Imparare a progettare, non a decorare. Griglie, tipografia, gerarchie, colore. Sono le fondamenta che si vedono a colpo d’occhio in un layout.
  2. Entrare come junior e stare in mezzo alla produzione. Esecutivi, adattamenti, declinazioni. Noioso e formativo: impari cosa costa fare le cose.
  3. Portare due strade invece di una. Il momento in cui inizi a proporre è il momento in cui gli altri iniziano a considerarti.
  4. Imparare a presentare. Se serve, prova ad alta voce prima della riunione. Io lo faccio ancora.
  5. Dirigere qualcuno. Un fotografo, un illustratore, un montatore. La direzione comincia quando il risultato passa dalle mani di un altro.

Sui tempi, nel mio giro si arriva al ruolo tra il terzo e il quinto anno di lavoro. Nelle strutture piccole prima, con meno mezzi; nelle grandi dopo, su progetti più grossi.

Quanto guadagna un art director in Italia

A fine luglio 2026 Jooble riportava una media nazionale di circa 31.800 euro lordi l’anno su 1.131 stipendi rilevati, con il Lazio sopra la media. Il campione è medio, quindi va letto come ordine di grandezza.

Nella pratica che ho visto: un junior sta sotto quella cifra, chi ha il ruolo da qualche anno ci sta intorno, un senior in una struttura grande o chi lavora su clienti internazionali va oltre. Il salto arriva quando smetti di essere pagato per le ore e cominci a essere pagato per la responsabilità di un progetto, che è la stessa transizione che racconta il portfolio.

Gli errori che rifarei diversamente

Ho aspettato troppo a togliere roba. Un portfolio si migliora quasi sempre sottraendo, e ogni progetto debole abbassa la media di quelli buoni.

Ho anche pensato che il lavoro parlasse da solo. Non parla: parla chi lo presenta. E per due anni non ho tenuto traccia di cosa avevo deciso io nei lavori di gruppo, così quando è arrivato il momento di raccontarlo non me lo ricordavo con precisione. Adesso scrivo due righe alla fine di ogni progetto, appena consegnato.

L’esercizio del brief inverso

Se stai iniziando, questo vale più di qualsiasi tutorial. Prendi una campagna che ti piace e ricostruiscila al contrario: qual era il problema del cliente, quale idea l’ha risolto, come è stata declinata sui diversi mezzi, cosa avresti fatto diversamente.

Fallo per dieci campagne, scrivendo le risposte. È il modo più rapido per allenare la testa che serve in questo ruolo, ed è gratis.

Quando invece vuoi lavorare su progetti veri con qualcuno che te li smonta prima dei clienti, i percorsi sono nel dipartimento Grafica & Web e nel corso di Grafica e Web. A un Open Day puoi anche portare il tuo portfolio e farti dire quali sedici lavori togliere.

Matteo R. è un ex studente del percorso di Grafica & Web di DAM Academy e lavora come art director in agenzia.

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