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Graphic designer autodidatta o con un corso? Tre strade a confronto

Graphic designer da autodidatta, con un corso annuale o con un percorso triennale: cosa cambia davvero e cosa serve comunque, qualunque strada scegli.

Sara T. · 28 settembre 2026 · #graphic designer autodidatta #corso di graphic design #portfolio

Per quasi due anni sono stata una graphic designer autodidatta. Tradotto: avevo una versione di Photoshop vecchia di sei anni e una cartella sul desktop chiamata “LAVORI”, piena di loghi per la pizzeria di mio zio, locandine per le feste di facoltà e un paio di copertine per un amico che fa rap. Mi piaceva un sacco. A un certo punto però mi sono chiesta se continuare così o fare un corso, e se sì quale.

Le strade, a guardarle bene, erano tre. Le ho messe in una tabella, perché sono una che fa le tabelle.

Da autodidattaCorso annualePercorso triennale
DurataLiberaUn annoTre anni
Chi ti correggeNessuno, o i commenti onlineDocenti che lavorano nel settore, ogni settimanaDocenti, su un arco lungo e su più discipline
Su cosa lavoriEsercizi scelti da teBrief simili a quelli di un’agenziaProgetti via via più complessi, fino alla tesi
Cosa ottieni alla fineUn portfolio, se lo costruisciPortfolio e una qualifica regionalePortfolio e un diploma accademico (in attesa di autorizzazione MUR)
Il rischio principaleImparare i software ma non il progettoScegliere un corso che non ti fa lavorare abbastanzaScegliere un percorso lungo senza essere sicuri del settore

La tabella dice la verità, ma non dice la cosa più importante, che ho capito solo dopo. La differenza non sta nelle ore: sta in chi ti corregge, quanto spesso e su che tipo di lavoro.

Il problema di fare da sola

Da sola i software li ho imparati bene: tutorial, YouTube, un paio di libri presi in biblioteca e mai restituiti in tempo. Non ho imparato invece che il graphic design non è Photoshop. È rispondere a un brief, cioè capire cosa vuole comunicare qualcuno che spesso non sa spiegarlo, scegliere una strada, difenderla e poi cambiarla quando ti dicono “mi piace, però lo vorrei più… fresco”.

Mio zio i loghi me li approvava tutti al primo colpo. Ecco, il problema era quello.

C’è poi una trappola che da autodidatta non vedi: i template. Canva, i mockup già pronti, le palette scaricate da Pinterest. Li usavo tantissimo, e i miei lavori sembravano professionali. Il punto è che sembravano professionali come quelli di chiunque altro, perché erano fatti con gli stessi pezzi. Me ne sono accorta quando ho visto una locandina quasi identica alla mia su un palo della luce, per una festa che non c’entrava niente.

Perché ho scelto un anno

Volevo capire in fretta se questo lavoro faceva davvero per me, e volevo qualcuno che guardasse i miei progetti ogni settimana. Tre anni mi sembravano tanti per una cosa di cui non ero ancora sicura.

Adesso frequento il corso di Graphic & Web Design di DAM Academy a Napoli, in Corso Arnaldo Lucci. Lo stesso corso c’è anche a Roma, nella sede di San Paolo in Via Cristoforo Colombo 440. Si fanno editorial design, brand identity, web design, un po’ di video editing e di digital marketing, con Photoshop, Illustrator, InDesign, Premiere Pro, After Effects, WordPress e le basi di HTML e CSS. All’HTML ci sono arrivata con molta diffidenza, adesso mi diverte. Alla fine si ottiene una qualifica regionale, diversa tra Roma e Napoli: il dettaglio è nella pagina del corso.

A Roma c’è anche Web Design & Strategies, nel weekend, più spostato su web, SEO, advertising e social. Una ragazza che conosco lo segue mentre lavora, e dice che il suo sabato mattina adesso è quello.

Il percorso lungo ha senso se sai già che vuoi stare nella comunicazione visiva e ti interessa una base più larga, che comprenda strategia, esperienza utente e contenuti. Nella pagina dei percorsi triennali c’è il diploma accademico di primo livello in AI & Digital Communication Design, in attesa di autorizzazione MUR. Non l’ho scelto, ma se fossi partita con le idee più chiare ci avrei pensato.

La prima revisione

La prima settimana di corso ci hanno dato un brief finto ma molto preciso: l’etichetta per una bottiglia d’olio di un piccolo produttore, pubblico adulto, niente effetto “rustico da supermercato”. Io ho fatto quello che facevo sempre: un bel font scritto a mano, un ramoscello d’ulivo, un verde elegante. Ero contenta.

In revisione il docente l’ha guardata dieci secondi e mi ha chiesto: “Quale supermercato?”. Non era cattivo, era esatto. Avevo fatto proprio la cosa che il brief chiedeva di evitare, solo con più cura. Poi ha aperto il file e mi ha fatto vedere che l’etichetta, stampata alla misura vera, aveva il testo obbligatorio così piccolo da non leggersi.

Sono tornata a casa in autobus di pessimo umore. La seconda versione era meglio, la terza era buona. È stato lì che ho capito la differenza tra fare grafiche e fare il graphic designer, e anche che da sola quella domanda non me la sarei mai fatta.

Quello che serve comunque

Il portfolio va costruito, qualunque strada scegli, e va tenuto corto. Il mio all’inizio aveva trentuno lavori. Trentuno. Sul blog c’è il racconto di un ex studente che è passato da 22 progetti a 6, spiegando cosa ha tagliato e perché. L’ho letto due volte, poi ho svuotato metà della cartella “LAVORI”.

La tipografia viene prima dei software. Chi sa accostare due caratteri ha già risolto metà dei problemi di un layout, e nessun tutorial sulle scorciatoie di Illustrator te lo insegna.

Poi c’è l’abitudine alla critica, che è la parte meno piacevole. Il primo “rifallo” fa male a tutti, al ventesimo diventa il modo normale di lavorare. Se vuoi farti un’idea di cosa fa davvero un graphic designer durante la giornata (spoiler: non solo loghi, anzi pochissimi loghi), c’è il pezzo su cosa fa un graphic designer.

Stampa o digitale?

“Graphic designer” è un’etichetta che copre mestieri molto diversi. Chi lavora sull’editoria passa le giornate su griglie, abbondanze e profili colore. Chi lavora sul digitale ragiona per schermi, componenti e formati social che cambiano ogni pochi mesi. Chi fa brand identity sta nel mezzo, perché un marchio deve funzionare sia su un’insegna sia su un’icona di trenta pixel.

Io mi credevo tutta digitale. Poi a lezione abbiamo impaginato una rivista di sedici pagine e mi sono innamorata della carta, delle gabbie, del momento in cui il file parte per la stampa e non puoi più cambiare niente. Quindi non serve decidere adesso e per sempre, ma conviene accorgersi di cosa ti diverte: guarda quali progetti rifai volentieri anche quando nessuno te li chiede.

Un esercizio, se ti va

Prendi un marchio che conosci e riprogetta una cosa concreta, un menu, un’etichetta, un post. Poi scrivi in cinque righe perché hai fatto quelle scelte. Se le cinque righe ti vengono facili, bene. Se non sai cosa scrivere non è grave, è proprio la parte che si impara con qualcuno che ti corregge.

Per vedere le aule e i lavori degli studenti prima di decidere c’è l’Open Day. Se invece sei ancora indecisa o indeciso tra le tre strade, puoi prenotare un colloquio di orientamento.

Sara T. frequenta il corso di Graphic & Web Design di DAM Academy a Napoli.

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