L’ultima lacrima si apre dentro una camera ardente: una bara aperta, dei gigli, i ceri accesi, un uomo in abito scuro che si avvicina per l’ultimo saluto. Da qui il cortometraggio costruisce il suo racconto, affidato soprattutto a una voce: quella della donna, che parla a chi resta e ricostruisce quello che il marito non ha mai saputo.
È un film sul lutto e sul senso di colpa, sulle responsabilità arrivate troppo presto e su un segreto che pesa più di tutto il resto. Una fotografia di famiglia, una collana, un bambino: sono pochi oggetti, ma è attorno a loro che la storia si scioglie, fino a un finale che conviene scoprire guardando il film.
Il tono e la messa in scena
La scelta visiva è coerente con il tema: ambienti chiusi, luce bassa e fredda, colori spenti che vanno dal grigio al nero, con pochi punti caldi come le fiamme delle candele. La macchina da presa si muove lenta, con molti dettagli (le mani, il volto, il fiore sul petto) e alcuni campi più ampi che isolano il protagonista nella stanza. La voce fuori campo e la musica guidano il ritmo, che resta raccolto dall’inizio alla fine, e anche i titoli di coda, su un fondo di pioggia, restano dentro la stessa atmosfera.
L’ultima lacrima è un cortometraggio di Annalisa Rubini, realizzato con le classi di Filmmaker e Video Post Producer di DAM Academy. Dura poco più di tre minuti e mezzo.