In The Lighthouse Robert Eggers e il direttore della fotografia Jarin Blaschke scelgono un formato 1.19:1, quasi quadrato, che chiude i due guardiani del faro in un’inquadratura claustrofobica. È uno dei casi da cui parte la tesi di Jia Fu Jiang, L’estetica dell’imperfezione: l’uso del vintage nel cinema contemporaneo, scritta nell’area di direzione della fotografia.
La domanda è se il ritorno a grana, lens flare, aberrazioni cromatiche, gate weave e ottiche d’epoca sia una moda o un linguaggio. Per rispondere la tesi ripercorre la pellicola, dalle origini con Eastman, Edison e i Lumière, e l’arrivo del sensore digitale, poi cerca le radici filosofiche del fenomeno nel wabi-sabi giapponese e nello straniamento di Bertolt Brecht. I casi studio sono tre: Blaschke, Robbie Ryan con le pellicole di Poor Things e Greig Fraser con la saga di Dune. Seguono l’IMAX 70mm, il mercato delle lenti rimontate e Spider-Man: Into the Spider-Verse, che porta nell’animazione i difetti di stampa del fumetto.
Luna Stevia
Il cortometraggio racconta Mia, un’anziana che affida a un vecchio registratore il giorno in cui sposò Adriano, l’amico d’infanzia malato, in una giornata a Roma. Il ricordo è in 1.66:1, il ritorno al presente in 1.78:1. Si gira con Sony FX3 e A7S III; in post-produzione arrivano grana e halation. Due ottiche vintage separano i personaggi, una Helios 44-2 per Adriano e una Canon FD per i primi piani di Mia, mentre la LUT Kodak 2383 lascia il posto alla più fredda Fuji 3513 nella scena del ponte.
Il relatore è il Prof. Davide Manca. La tesi completa si può scaricare in PDF.