Ho passato un anno a imparare a — Blog DAM Academy

Visite mensili a Roma & Napoli

Prenota
DAM Academy — Digital Arts 20th anniversary
Cinema Ex Studente 7 min lettura

Ho passato un anno a imparare a respirare (e altre cose sulla scuola di recitazione)

Un anno di corso di recitazione a Roma raccontato senza filtri: le settimane sulla voce che sembravano tempo perso, l'esame di teatro, il primo turno in sala di doppiaggio e il giorno in cui mi sono accorta che le scene girate erano già il mio showreel.

Martina R. · 21 settembre 2026 · #recitazione #cinema #teatro

Mi ero iscritta per stare davanti a una macchina da presa. Il primo mese l’ho passato a leggere ad alta voce dei testi che non mi piacevano, in piedi, con una mano sul diaframma, mentre una docente mi diceva che stavo mangiando le finali.

Quando cercavo una scuola di recitazione a Roma avevo letto un po’ di tutto, compresa la panoramica sulle scuole della città che sta su questo blog. Nessuna però mi aveva preparata a quello: un anno di corso che comincia dalla respirazione e non dal provino.

Adesso, a distanza, so perché.

Le prime settimane sono tutte sulla voce

Il fatto è che in ripresa si sente tutto. La frase detta con il fiato corto, l’accento che ti scappa quando sei stanca, la parola ingoiata perché stavi già pensando alla battuta dopo. Sul palco puoi ancora rimediare con il corpo; davanti al microfono no.

Per settimane ho fatto esercizi che mi sembravano un’altra cosa rispetto alla recitazione: consonanti ripetute, letture rallentate fino all’assurdo, registrazioni riascoltate mentre ti viene voglia di sprofondare. Il momento in cui è scattato qualcosa non è stato in aula. Era una sera in cui stavo ripassando una scena a casa e mi sono sentita arrivare in fondo a una frase lunga senza rincorrere l’aria. Una cosa minuscola. Da lì ho smesso di considerare la dizione una tassa da pagare.

Continuo a pensare che nel programma quelle ore siano troppo concentrate all’inizio, e che due mesi dopo avresti bisogno di rifarle con quello che nel frattempo hai capito.

Il teatro, che io non volevo fare

La parte che ho contestato di più è stata il teatro. Volevo cinema e televisione, e ogni ora passata sul palco mi sembrava sottratta al set.

Ho cambiato idea a metà anno, durante una prova andata male. Dovevo tenere una scena di sette o otto minuti senza interruzioni e sono arrivata a metà completamente vuota: avevo costruito il personaggio a pezzetti, uno per ogni battuta, e senza lo stacco a salvarmi non stava insieme niente. Sul set quella cosa non l’avevo mai notata, perché il montaggio copre.

Il percorso della scuola di recitazione DAM tiene insieme le due cose nello stesso anno, e a giudicare da quella serata non è una scelta di comodo.

La sala di doppiaggio è un altro mestiere

Il modulo di doppiaggio è breve e a me ha aperto una porta che non sapevo esistesse.

Entri, ti mettono davanti un leggio e un’immagine che scorre. Devi leggere, guardare e interpretare nello stesso istante, e se il labiale non torna si rifà, e si rifà ancora. La prima volta ero convinta di aver fatto un buon lavoro finché non me lo hanno mostrato sincronizzato: andavo lunga di mezzo secondo su quasi tutto, e mezzo secondo su un volto è un’enormità.

Due miei compagni hanno preso quella strada come direzione principale. Se la cosa interessa, il pezzo Studiare doppiaggio, come fare? è più utile del mio racconto, perché spiega come ci si avvicina davvero.

Sul set non sei mai sola

Le giornate di ripresa non erano io e un docente in un’aula vuota. C’era gente dietro la macchina, un fotografo di scena, chi si occupava di trucco, chi dei costumi — studenti degli altri corsi, che stavano facendo il loro lavoro mentre io facevo il mio.

All’inizio mette soggezione. Poi diventa la parte più formativa dell’anno, perché ti accorgi che tra un ciak e l’altro passano venti minuti in cui nessuno ti guarda, che qualcuno ti chiederà di rifare la stessa identica cosa per una questione di luce, e che il tuo tempo non è il tempo del set.

Visto dall’altra parte è la stessa storia: qui sul blog c’è un pezzo scritto per chi dirige, 6 regole per dirigere (bene) un attore non professionista, e letto da attrice dice parecchio su cosa una regia si aspetta da te quando arrivi sul set.

Lo showreel era già lì

Verso aprile ho chiesto alla docente quando avremmo girato il materiale per i casting. Mi ha risposto che lo stavamo girando da ottobre.

Non ci avevo pensato: ogni esercitazione ripresa era materiale. Alla fine mi sono ritrovata con un monologo, una scena a due che funzionava meglio di quanto ricordassi e una cosa più fisica che non avrei mai scelto di mostrare e che invece è quella che colpisce di più chi la guarda. Se l’avessi saputo a ottobre avrei lavorato diversamente su certe riprese — questo è il consiglio più concreto che posso dare a chi comincia adesso.

Le cose pratiche, per chi sta decidendo

Il corso dura un anno, tra le 600 e le 800 ore, e parte a ottobre. Si fa a Roma, in Via Cristoforo Colombo 440, o a Napoli, in Corso Arnaldo Lucci. Alla fine c’è una qualifica regionale: Regione Lazio per Roma, Regione Campania per Napoli. Per entrare servono diciotto anni e la scuola superiore, non c’è un test d’ingresso e le classi sono piccole.

Io mi ero bloccata per due anni sulla domanda sbagliata, cioè se fossi portata. Il primo giorno, nell’aula, non era portato nessuno: c’era gente che non aveva mai letto una pagina ad alta voce davanti ad altri. Quello che cambiava, dopo qualche mese, era chi aveva accettato di fare gli esercizi noiosi.

Martina R. ha frequentato il corso annuale di Recitazione Cineteatrale nella sede di Roma.

// NEWSLETTER CINEMA

Resta aggiornato su Cinema.

Open Day, masterclass, workshop, lavori studenti, contenuti dai docenti: tutto nella tua inbox, una volta al mese.