Per molti il simbolo del futuro era l’auto volante. Per Karen Tungpalan Vitao era l’ologramma di Star Wars: una figura di luce sospesa nell’aria, attraversabile eppure presente. La sua tesi parte da lì e si chiede se una proiezione possa staccarsi dallo schermo e occupare lo spazio come un corpo.
La prima parte allunga all’indietro la storia del cinema. Con Lenny Lipton tutto comincia nel 1659, con la lanterna magica di Christiaan Huygens e i lanternisti che facevano dissolvenze e carrelli a mano. Seguono Rudolf Arnheim, Hugo Münsterberg e James Monaco, per cui il digitale riporta l’immagine vicino alla pittura. Poi Lucio Fontana: i Buchi, le Pietre, l’Ambiente spaziale a luce nera del 1949 e il manifesto spazialista per la televisione del 1952.
Il terzo capitolo attraversa la videoarte, dall’Expanded Cinema di Gene Youngblood a Nam June Paik con TV Buddha e Magnet TV, fino ai video come specchio di Vito Acconci, Bruce Nauman e Peter Campus letti con Rosalind Krauss. Il quarto è dedicato al videomapping: la Haunted Mansion di Disneyland, Displacements di Michael Naimark e il restauro virtuale, con il caso di una Crocifissione dei Musei Civici di Brescia.
Lumina
Il progetto pratico è un dispositivo che unisce una macchina del fumo e un proiettore. Il fumo passa da un contenitore di accumulo a un corridoio ricavato da un pannello di OSB e a tubi in PVC con fori da 2 millimetri, mentre ventole assiali e un regolatore di velocità tengono il flusso vicino al regime laminare. Ne esce un piano di particelle sospese su cui l’immagine prende volume: non un ologramma vero, ma una superficie effimera che resta visibile finché il flusso è in equilibrio.
Il relatore è Gianlorenzo Comandini. La tesi completa si può scaricare in PDF.